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Daniela Ropelato
Movimento politico per l'unità (mppu)
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Panel 2 - persona.umanita@ict&newmedia
E-Democracy: non solo tecnologia
Abstract
Nel quadro dei rapidi mutamenti che connotano la società politica, il tema della e-democracy costituisce un nodo critico da considerare con attenzione. La tecnologia informatica sembra avvicinare una nuova stagione di democrazia diretta, segnata dal contributo informato del maggior numero di soggetti sociali al dibattito politico. Ma l'ICT può favorire la crescita di pratiche partecipative e responsabilizzanti e concorrere a rivitalizzare la macro-democrazia d'insieme, se punta a moltiplicare gli spazi delle micro-democrazie primarie. La bussola orientatrice deve restare sempre e comunque il riconoscimento dei legami sociali.
“L'utopia dell' e-democracy ” è nata con la Rete. Licklider – uno dei padri di Arpanet – alla fine degli anni '60 affermava che le reti di computer avrebbero operato a favore della democrazia: i cittadini avrebbero potuto far pesare la loro opinione su qualsiasi decisione politica attraverso sondaggi elettronici.
In effetti, Internet si è dimostrata e si dimostra in misura crescente un importante incubatore di nuove forme di partecipazione dal basso alla politica . Sono ormai numerosi gli esempi del peso che ha acquisito la “ World Wide Web Generation ”. In Gran Bretagna, la rete elettronica è stata ampiamente utilizzata sia dal movimento “ Jubilee 2000 ” che si batteva per la cancellazione dei debiti contratti dai Paesi in via di sviluppo con la Banca mondiale e con i governi dei G8, sia dai gruppi che hanno dato vita a “ Stop the War Coalition ” – l'organizzazione indipendente nata durante l'autunno del 2002, mentre a Londra Governo e Camera dei Comuni discutevano sull'intervento militare in Iraq a fianco degli Stati Uniti – che, a metà febbraio 2003, ha portato nelle vie della capitale britannica oltre un milione di persone.
Negli USA, Howard Dean, sfidante democratico alla Casa Bianca poi sconfitto da John Kerry alle primarie, è riuscito a raccogliere contributi per un totale di oltre quaranta milioni di dollari a sostegno della sua candidatura utilizzando quasi esclusivamente Internet. Per la prima volta, un outsider è riuscito ad affermarsi attraverso centinaia di siti indipendenti, weblog, mailing list, newsgroup .
Anche le iniziative dei governi per favorire la partecipazione dei cittadini stanno crescendo. Oggi, l' e-vote è un altro indicatore in crescita dell'utilizzo delle nuove tecnologie (ICT, Information and Communication Technology ) per avvicinare alle persone le strutture e le funzioni fondamentali della democrazia. Come è successo in India, in occasioni delle elezioni generali del maggio scorso, in cui hanno votato via computer presso i seggi elettorali più di 370 milioni di elettori (su un totale di 675 milioni di aventi diritto): un ottimo risultato per la più grande democrazia del mondo.
Con il termine di e-democracy , dunque, ciò che si intende è un insieme complesso di tecniche partecipative e allo stesso tempo un orizzonte che connota le democrazie contemporanee. Oggetto specifico della definizione sono essenzialmente le nuove tecnologie della comunicazione a sostegno della partecipazione politica, ma è tutto l'arco temporale entro cui si sviluppano i processi decisionali ad essere preso in esame, non solo le modalità più note dedicate all'informazione politica, per quanto tale funzione sia cruciale. L'utilizzo dell'ICT tocca direttamente anche la stessa emersione delle domande politiche e la definizione dei soggetti, l'individuazione delle alternative e la scelta della soluzione praticabile, fino all'implementazione, al monitoraggio e alla valutazione dei processi politici.
Non sempre si parla di e-democracy . Quando ad usare le nuove tecnologie sono le Pubbliche Amministrazioni e il punto di vista è quello di semplificare le procedure burocratiche, unificare e standardizzare i linguaggi, ridurre i costi di produzione dei servizi e migliorare la loro qualità, allora si parla di e-government . La lotta al digital divide ne rappresenta una politica caratteristica, una pre-condizione della partecipazione dei cittadini che comporta la diffusione dei servizi telematici e l'accesso ad una chiara informazione istituzionale.
Come si vede, il campo di applicazione è articolato e va oltre l'immagine semplificata e giustamente temuta di un'intera popolazione, frammentata e inerte assemblea virtuale, che riceve dai centri di governo informazioni, proposte, domande ed è chiamata ad esprimersi per monosillabi elettronici, quotidianamente o quasi. L'uso dell'ICT in politica non può essere compresso nemmeno sull'altro stereotipo tuttora diffuso: quello di un incredibile numero di siti web di partiti, sindacati e uomini politici che fungono da luccicanti vetrine per promuoverne l'immagine, ma certo non aprono relazioni interattive tra eletti ed elettori.
Fenomeni e risultati diversi, che richiedono analisi diverse, ma accomunati da una forte grado di incidenza nel tessuto sociale e politico delle nostre società. Anche per questo, pur considerando con interesse la loro espansione e il loro sviluppo, mi pare che le attuali esperienze di e-democracy vadano interpretate all'interno di un quadro di riferimento non neutrale. Se intendiamo la società come un insieme di condizioni che rendono possibile sperimentare il proprio essere umano e quello degli altri, non come esperienze estranee l'una dall'altra o contrarie, ma come "altri-se stesso"; se intendiamo la dimensione politica come parte integrante della costituzione inalienabile di ogni persona, che si esprime in relazioni di co-appartenenza; allora anche l'arena della e-democracy acquista precisi punti di riferimento1.
Per offrire qualche indicazione generale, vorrei richiamare solo alcune esigenze, considerate in genere irrinunciabili, che possono guidare l'attuazione e la valutazione delle metodologie di ICT in ambito politico, per superarne alcune rigidità caratteristiche.
Se lo sviluppo della comunicazione digitale, in effetti, resta tuttora confinato a minoranze, a preoccupare è soprattutto la scelta di eliminare quanto di faticoso e complesso le intermediazioni face to face portano con sé, una scelta che non sembra affatto portare al rafforzamento della coesione sociale e dell'inclusività.
Accanto a tanti effetti positivi che vengono dal capitale di risorse informative a disposizione dei cittadini, è opportuno verificare che non cresca una progressiva svalutazione della capacità dialogica e dell'argomentazione riflessiva, dell'ascolto e dello scambio. Elaborare e approfondire le ragioni delle proprie preferenze, nel processo di costruzione del consenso su tematiche di interesse generale, è in genere più semplice attraverso l'interazione diretta, sia che avvenga in un contesto pubblico che privato. E' difficile ignorare l'arricchimento che si produce attraverso relazioni libere e intense, aperte all'interazione con la realtà circostante, ai suoi elementi di sviluppo e di integrazione, e ci sarebbe da temere se venisse impedito l'essenziale momento della verifica e del raffinamento della propria opinione, che si alimenta nel dialogo e nel confronto anche ripetuto, con l'adattamento progressivo e perfino la libertà di conversione all'idea altrui, elementi tipici e inalienabili del carattere umano.
Non è escluso che ciò avvenga anche nei contesti strutturati e tecnologizzati propri dell'ICT, ma più spesso, il video è un freddo ripetitore di questioni pre-determinate e pre-dibattute da un gruppo di redattori selezionati e il contributo richiesto non lascia molto spazio alla possibilità di ponderare e confrontare prima di prendere decisioni. Non è fuori luogo ricordare che una stessa domanda, a seconda di come viene formulata, produce oscillazioni del venti per cento nelle risposte2; un'ottima definizione di sondaggio descrive questo abusato strumento di informazione politica come “la somministrazione di un insieme ordinato di stimoli”.
La tecnologia informatica, dunque, se avvicina una società di pari opportunità partecipative per tutti i cittadini, anche per quanti sono tendenzialmente più distanti, avvicina anche il rischio di una moltiplicazione capillare del controllo e della manipolazione del consenso. Chi controlla l'articolazione e la selezione preordinata delle domande poste ai cittadini? La stessa estrema semplificazione delle risposte su cui si viene chiamati a strutturare la propria opinione rappresenta un canale di costruzione artificiale.
Abusi sotto questo profilo possono produrre distorsioni che toccano la natura stessa del processo democratico, riducendolo al solo momento della scelta finale, oscurando i tempi e i soggetti della mediazione politica. E' importante sottolineare, al contrario, che l'ICT non dovrebbe sostituire, ma piuttosto rafforzare, estendere ed innovare gli ambiti e le modalità della partecipazione attivata attraverso i canali e le sedi tradizionali; l'ICT non deve svilupparsi contro le forme e gli attori tradizionali della partecipazione politica. Succede altrimenti che le misure e i vincoli oggettivi di questo interessante progetto ne impoveriscano anche il contenuto democratico, costretto entro ristretti limiti tecnici e procedurali, scollegato dagli altri essenziali luoghi e strumenti della democrazia.
Tutto ciò conferma la necessità di sostenere un sistema di partecipazione integrato ed estremamente dinamico, che valorizzi l'intensità, la certezza procedurale e la continuità, che trovano casa in prevalenza all'interno dei luoghi politici deliberativi, con la continua novità introdotta dalle forme partecipative diffuse e veloci, libere da vincoli di appartenenza ma aperte all'azione immediata, che viaggiano attraverso la galassia di Internet.
Anche attraverso queste vie il ‘sociale' può agire nei confronti del ‘politico' come interlocutore concreto, entro spazi stabili di dialogo, inseriti vitalmente nel tessuto delle città. Mentre il ‘politico' può rivestire la propria azione della massima rappresentatività ed esercitare un ruolo di sintesi effettivo e non solo simbolico degli interessi collettivi, che può conoscere di più e meglio. Se l'ICT riesce a valorizzare la ricchezza delle esperienze e delle competenze depositate presso i singoli cittadini, le associazioni, le comunità locali e professionali, anche in maniera autonoma rispetto ai percorsi più tradizionali, tali procedure partecipative possono diventare non solo canali di relazionalità e interdipendenza oggettiva, ma spazi e strumenti di prossimità e solidarietà morale, attiva e razionalizzata tra le persone e tra i gruppi 3.
Un disegno più ampio, che reclama un nuovo cardine sociale a paradigma delle relazioni umane, orienta a realizzare una serie di micro-democrazie primarie che attualizzano nel quotidiano il vincolo della coesione sociale e rivitalizzano la macro-democrazia d'insieme. Su tali premesse può crescere anche il significato di un'esperienza di democrazia riconsegnata in mano alla cittadinanza, un nuovo protagonismo politico della società civile costruito nel rispetto e nel potenziamento delle regole e degli strumenti della democrazia.
1 Chiara Lubich
2 Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 1993, p. 86.
3 Tommaso Sorgi, Costruire il sociale , Roma, Città Nuova, 1991, pp. 78-79
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