Informazione

Alberto Barlocci
direttore Ciudad Nueva

Panel 2 - Media, società locale e globale. Dialogo (im)possibile

Introduzione

Credo che il tema di questa tavola rotonda suppone che ci si domandi da un lato che lettura che possiamo fare del rapporto tra societá locale e globale dal punto di vista dei media e, soprattutto, cosa possiamo fare noi operatori dei media nel contesto attuale?

Questa seconda parte della domanda tiene conto che la maggior parte dei presenti, spesso, non abbiamo un potere decisionale, seguiamo direttive, magari lavoriamo in un media fortemente condizionato sul piano politico o economico, e siamo costantemente impegnati per riuscire a salvare la nostra etica professionale, se non la stessa libertá di informazione.

La realta globale offre fondamentalmente delle possibilitá . Mi pare che ció sia un potenziale innegabile sul piano della conoscenza, della cultura, sul piano economico, politico, del rapporto tra i popoli, ecc.

Ció peró non significa che tali possibilitá coincidano anche con le corrispondenti capacitá , con la disponibilitá e dunque l' accesso.

La possibilitá di una lingua comune come l'inglese, é senz'altro reale, ma non significa che io abbia capacitá per usarla, anche nel senso dei mezzi economici, la conosca e abbia accesso a conoscerla.

Ossia, l'uguaglianza fondamentale che suppone la dimensione globale é certamente ontologica, perché siamo uguali in quanto fratelli, ma non vuol dire che siamo uguali nella realtá storica che stiamo vivendo.

La globalizzazione evidenzia infatti anche notevoli disuguaglianze (asimmetrie) che é necessario tener presente, perché nessun dialogo é possibile se non tra uguali, e spesso questa uguaglianza o, se si vuole, questa fraternitá, va creata.

Parlo di disuguaglianze e non di diversitá , che sono sempre una fonte di ricchezza; voglio cioé dire che esistono elementi condizionanti che producono disuguaglianze, spesse volte drammatiche.

Va allora tenuto conto che al “ tavolo globale ” al quale siamo invitati, esiste un Primo Mondo ed un Terzo Mondo, con tutto ció che esso comporta sul piano politico, economico, della tecnologia e della conoscenza e che concorre ad accentuare tali disuguaglianze.

C'è chi é escluso , emarginato, anche dal mercato perché non ha la capacitá di creare domanda. Spesso sono regioni e quasi continenti interi che non appaiono nell'informazione. Penso all'Africa, dove per qualcuno siamo al bordo di una secondo guerra mondiale africana , mentre pochi si son resi conto dell'esistenza della prima.

La globalizzazione mette in contatto culture diverse , alcune nuove , altre millenarie , la cui parola non é la stessa, all'interno delle quali i concetti variano. Fa notare Edward Said , filologo palestino-statunitense, che “nozioni come modernitá , illuminismo e democrazia non sono concetti frutto di un comune accordo”.

E' altresi constatabile la volontà di usare la globalizzazione per fini determinati, spesso economici. Ieri Vera parlava di “disegni ideologici per consegnare le persone alle dinamiche di potere”. Ossia, spesso le disuguaglianze esistenti non sono tanto una sfida da superare, quanto piuttosto un elemento di potere utilizzato com tale.

Esistono poi correnti di pensiero unico , che investono ingenti somme di denaro per creare opinione e confezionare teorie funzionali a tali disegni. Sono scelte per niente innocenti, che spiegano la leggerezza con la quale si parla di scontri tra civilizzazioni, di fine della storia, o di crisi di correnti religiose.

D'ltra parte nel piano locale esistono gli stessi problemi . Siamo cioè parte di societá internamente profondamente disuguali, che riproducono le stesse problematiche al loro interno; basta dare ad esempio una occhiata alla percentuale di poveri nel Primo Mondo, ed alle correnti di darwinismo sociale presenti in economia.

Dunque le sfide sono tante, ma sono tante anche le opportunità per costruire un strategia del dialogo nell'ambito della nostra funzione. Abbiamo invitato qui alcuni esperti nel campo dei media proprio per addentrarci in questo dialogo tra realtà locale e realtà globale e coglierne le ricchezze spesso occulte.

Alcune riflessioni come conclusione

La comunicazione é sempre vicinanza, ed é da vicino che posso vedere meglio, che ho quei gesti, che sono parte della cultura del dare di cui parlava Vera, che possono colmare le disuguaglianze esistenti. E' come il cedere il passo nel varcare un porta, come il cedere la parola, come il dare prima di tutto ascolto.

Come diceva Michele, esiste una componente della comunicazione che é silenzio , che é ascolto, che é essere l'altro, penetrare nell'altro da cui emergere con una novitá capace di farsi parola , comunicazione.

Forse esistono soggetti privilegiati nei confronti dei quali, diciamo cosí, “cedere il passo”, dare la preferenza, con i quali creare fraternitá. Tanto nel locale, come nel globale sono coloro che non hanno voce , coloro che più pagano il prezzo delle disuguaglianze esistenti,

Ettore Mo, esponente della scuola di inviati speciali della quale era parte Indro Montanelli, sostiene che “ il giornalismo si fa con le scarpe ”.

E' una sintesi attrattiva, se per “scarpe” consideriamo tutti quegli elementi professionali che permettono superare distanze, conoscere a fondo le realtá senza sintesi preconfezionate, con una conoscenza che é profonda perché proviene dall'amore, dal rispetto delle diversitá, dal necessario silenzio. Sono strumenti della cultura del diálogo.

Dunque é essenziale questo conoscere, perché evita commettere errori, evita che la buona volontá –di cui tutti siamo dotati– finisca per interpretare a suo modo la realtá. Un gruppo di ONG che volevano aiutare la gente di un quartiere poverissimo di Montevideo, stavano quasi tutte organizzando, frutto di tanta buona volontá, corsi di operatore di computer. Solo dopo aver conosciuto da vicino la realtá, perché qualcuno fece da vero canale di comunicazione, compresero che era meglio offrire ciascuna un servizio diverso.

Mi pare che forse che possiamo costruire su questo uno sforzo constante di continua ricerca e verifica delle fonti di informazione, inquadrando i fatti nei contesti in cui avvengono, cercando di avvicinarci il piú possibile.

Un antico proverbio dei pellerossa americani dice: “Non giudicare nessuno senza aver prima camminato 15 giorni con i suoi mocassini”.

Riprendendo l'affermazione di Ettore Mo, potremmo forse parafrasarla cosí: “ Il giornalismo si fa con le scarpe... degli altri ”, proprio per creare quella cultura della comunicazione di cui si parlava ieri.

Tornando alla seconda parte della domanda iniziale: cosa possiamo fare ciascuno di noi lí dove é? Credo che anche quando sia molto ristretto, esiste pur sempre un margine di movimento. E' un margine che possibilmente solo una traiettoria fatta di coerenza morale e di rigore professionale potrá ampliare.

Credo che é in questi interstizi della comunicazione che possiamo far passare spazi di fraternitá.

Questo suppone un impegno personale che, mi permetto di dire, ha una grande urgenza. E tale urgenza dipende dalle necessitá premianti di quei soggetti ai quali mi sono riferito prima: gli esclusi, i poveri, coloro che non hanno voce, coloro che patiscono gli effetti piú drammatici della globalizzazione.

Sul piano civile, credo che la nostra forza principale, quella di NetOne, consiste nella agire in una rete , che a sua volta é parte di una rete ancora piú grande, composta dalle articolazioni della societá civile, oggi definita come sesto potere.

In questa societá postindustriale, nella quale prende forza un nuovo schema di interazione tra le sue articolazioni, la societá civile ha proprio la funzione di dare alla globalizzazione quelle regole, quell'etica di cui si avverte tanto il bisogno.



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