Sessione comune


Piero Damosso
giornalita
Tg1-Rai

Francesca Giordano
giornalista e portavoce Presidente ACLI (Ass. lavoratori)

Panel 2 - Media, società locale e globale. Dialogo (im)possibile

Piero Damosso e Francesca Giordano

1. La prima riflessione che personalmente sento di dover fare è sulla natura della questione . che il dialogo tra media e società civile non è una questione "di nicchia". Non è un problema di dare visibilità a qualcuno, di fare contente le associazioni con qualche passaggio tv o di concedere qualche fascia oraria all'informazione sociale. Il dialogo tra media e società è la ragione stessa di esistere della professione giornalistica, è il FONDAMENTO della professione:

a) i media (sia pubblici che privati) che "emettono" messaggi ci sono in virtù di un "ricevente", che non può essere considerato solo come potenziale consumatore o potenziale elettore , ma soprattutto deve essere considerato come persona e come cittadino che esprime dei bisogni, anzitutto un bisogno informativo . Rispondere a questo bisogno vuol dire rispondere ad una fame non tanto di notizie (in Occidente siamo anzi di fronte ad una sorta di bulimia informativa, da cui "troppa informazione-cattiva informazione") quanto di conoscenza e di verità; ad una sete di senso e di significati, per la formazione delle opinioni, soprattutto politiche; ad un freddo dello spirito, ad una povertà di fiducia, di speranza e di spiritualità; ad una afflizione - che rasenta l'impotenza e la disperazione - per la non comprensione della complessità e dei nuovi linguaggi; a tutte quelle malattie personali e sociali che derivano dalla adozione degli stili di vita e dei comportamenti non degni della persona umana. Quindi le ricadute dell'informazione verso il pubblico sono estremamente concrete sia in termini di promozione della persona e responsabilità educativa del singolo, sia in termini di promozione del bene comune e responsabilità civica , ossia per la vita della comunità locale, sia in termini di promozione del sapere vivere insieme e responsabilità globali . In questo senso il dialogo tra media e società è l'unico modo per rendere un servizio alle persone e perciò è, vorrei dire, il cuore della MISSIONE pubblica, sociale e culturale della informazione, che supera di gran lunga l'ambito, pure strategico, della cd informazione sociale, della cronaca bianca, delle buone notizie.

b) Non solo: la società civile, ossia l' insieme delle persone e dei gruppi che formano una comunità di cittadini, non deve essere considerata solo come un ricevente , ma anche come una fonte , rispetto alla quale porsi "in ascolto": occorre superare l'autoreferenzialità di un sistema mediatico che "si parla addosso" e acquisire, a partire dalla formazione dei giornalisti e degli altri operatori dei media, una marcia in più della professionalità, una sorta di "alta specializzazione" che dovrebbe consistere nella possibilità di sviluppare una sensibilità specifica all'empatia, alla capacità di vedere le cose, i fatti, i personaggi dal di dentro, nella loro verità, nella loro ricchezza, nella loro novità: che poi è la capacità di cogliere al massimo livello possibile la "notizia" che essi contengono. In questo senso il dialogo tra media e società civile è una questione di PROFESSIONALITA', di risultato, di efficacia, insomma di QUALITA': perchè il dialogo aiuta a capire: è naturalmente l'espressione alta di un incontro, di un rapporto, di uno scambio di esperienze, di una sintesi che fonda una comprensione più profonda della realtà, del fatto, del personaggio, del Paese ecc.. che non c'era prima di quel determinato dialogo. Questo è molto evidente nel lavoro degli inviati, laddove la conoscenza del contesto fa la differenza tra una buona e una cattiva informazione, ma vale esattamente allo stesso modo per tutti gli altri giornalisti che si occupano di politica, di sport, di esteri, di cultura e spettacolo". C'è bisogno di avviare un colloquio umile con quello che dobbiamo conoscere prima di raccontare; c'è bisogno di "mettersi in ascolto" prima di "tradurre", come direbbe Paul Ricoeur. In questo senso il giornalista non è solo un emittente di un messaggio proprio, ma un traduttore, un canale puro che dalla fonte, intesa proprio come sorgente della notizia deve arrivare al mare, il pubblico, senza inquinare l'acqua che porta. Questa secondo me è la prima "ecologia grigia" che dovremmo promuovere come operatori dell'informazione.

c) E vorrei andare oltre: si può già immaginare un sistema dei media dove la società civile, espressa da una rappresentanza qualificata, possa addirittura diventare un potenziale partner nella produzione dell'offerta mediatica. Questo rovescerebbe anche l'attuale prospettiva, in cui al massimo, attraverso gli indici di ascolto o gli strumenti del media education , la società è il giudice temuto di una programmazione, "data"dagli emittenti. Non si tratta solo di selezionare, di saper consumare criticamente o di tenere spenta il più possibile la Tv, si tratterebbe invece di farla, orientandola ai grandi obiettivi del bene comune. Da questo punto di vista la società civile deve assumere pienamente il suo ruolo, a livello locale e come reti mondiali, per elaborare un modello di informazione, per sapere che cosa chiedere ai media e per entrare in un'alleanza civica con questi strumenti.

 

2. La seconda riflessione è sugli ostacoli di questo dialogo tra informazione e società.

Se guardiamo allo stato attuale delle cose, o almeno sulla percezione dei cittadini, lo stato di salute di questo dialogo non è tra i migliori: Le ACLI l'anno scorso hanno costruito con Coesis un sondaggio dal quale risulta che il 95% degli italiani dichiara di informarsi prevalentemente e molto spesso in via esclusiva attraverso la televisione (agosto 2003). Tuttavia il sondaggio conferma la forte preoccupazione che "i minori siano esposti a messaggi diseducativi" (più dell'85%). denuncia una preoccupazione ancora maggiore per il fatto che "il pubblico televisivo viene manipolato da continui messaggi che spingono al consumo" (89%). Solo un 12% si fida del sistema dell' informazione (in generale), mentre il 70% dichiara che il sistema dell'informazione attuale non consente di formarsi un'opinione obiettiva su quanto avviene nel Paese. E' come se, trasferendo questo sondaggio in ambito di sanità, il 90% dei cittadini non si fidasse dei propri medici, anzi pensasse di essere esposto a diagnosi e cure sbagliate, dannose, forse letali.

Allora, quali sono questi ostacoli?

a) Anzitutto c'è un problema politico : credo che dobbiamo avere la consapevolezza che laddove questo dialogo tra media e società civile manca, siamo in presenza di un deficit di DEMOCRAZIA e di PLURALISMO. Almeno in due sensi. In primo luogo questo dialogo può essere effetto solo di una democrazia matura. Ecco perchè è importante il nodo delle proprietà e del pluralismo delle testate: perchè solo la coesistenza di proprietà con interessi e valori diversi, che si traduce anche in classi dirigenti plurali, può arricchire il fronte delle opinioni e delle notizie a disposizione del pubblico. Chi controlla giornali,telegiornali, ma anche agenzie e siti internet in qualche modo delinea un'agenda degli avvenimenti quotidiana che condiziona fortemente l'opinione pubblica nella percezione della realtà e nella formazione delle opinioni. E il discorso vale anche per le nuove strade che si aprono per esempio con il satellitare. Solo per fare un esempio in Italia - per quanto riguarda la tv satellitare,che coinvolge alcuni milioni di persone - c'e' praticamente un monopolio assoluto di un soggetto privato, Murdoch. In questo quadro, più responsabilità tocca all'informazione pubblica che, soprattutto in una democrazia basata su un sistema elettorale maggioritario, assume ancora di più un ruolo di garanzia, ruolo che dovrebbe essere tutelato maggiormente nella stessa Costituzione.

In secondo luogo questo dialogo è una causa di crescita democratica: Pur riconoscendo l'importanza fondamentale del primo aspetto che abbiamo appena detto, dobbiamo avere chiara la consapevolezza che non basta avere tante testate e tante reti e tante proprietà diverse, così come non basta tenere in piedi un servizio pubblico. Tutto questo è condizione necessaria ma non sufficiente. Fin qui siamo infatti ancora nell'ambito di un pluralismo quantitativo che può finire per essere un pluralismo solo enunciato. Dare visibilità alla società, in termini di bisogni, di disagi, di iniziative, di risorse, di programmi, di idealità, di capacità organizzativa, di stili di vita, garantisce un vero pluralismo culturale. Non a caso davanti alla diffidenza verso i media che emerge dal sondaggio di cui abbiamo accennato sopra, ossia davanti alla sensazione di essere manipolati nella formazione dell'opinione a usa dei condizionamenti dell'informazione da parte dei poteri forti dell'economia e della politica, solo 11 italiani su 100 indicano nel "dare accesso a nuove emittenti" la soluzione per migliorare il livello della televisione. 70 italiani su 100 chiedono invece di puntare su programmi educativi e di approfondimento.

b) C'è poi un problema etico che riguarda un particolare aspetto della questione di AUTONOMIA del giornalista: c'è una libertà politica dell'informazione che è libertà dalle pressioni politiche e dai condizionamenti economici, una libertà che si rifà alla libertà politica di parola, di espressone, direi anche di dissenso, nel senso di poter esprimere liberamente la propria opinione anche quando non coincide con quella della maggioranza e che qualifica il giornalismo come "cane da guardia" di un sistema democratico.

Ma c'è anche una libertà del giornalista, di cui si parla di meno che è la libertà morale di seguire la propria coscienza, di non alimentare lo scontro e le faziosità, la contrapposizione amico-nemico, la demonizzazione dell'avversario, la libertà di non delegittimare pregiudizialmente i livelli istituzionali della democrazia, di cogliere il positivo di una proposta politica anche quando viene da uno schieramento contrapposto, la libertà di aiutare i soggetti a dialogare, la libertà di scegliere anche nel linguaggio uno stile mite di giornalismo per la ricerca di un confronto non aggressivo che aiuti a trovare una sintesi più ricca per tutti, insomma la libertà di amare."la notizia" altrui come la propria. Ovviamente questo implica un'autonomia dagli interessi e dai tornaconto personali, di carriera, di successo, di gradimento; mentre allo stesso tempo implica il riconoscimento di un limite dell'autonomia, che troppo spesso può diventare protagonismo, autoreferenzialità, convincimento di non dover dar conto a nessun altro che a se stessi, senza obblighi di responsabilità, di rispetto e di verità.

c) C'è un problema culturale che va sotto il nome di MEDIA LOGIC: nell'offerta mediatica tende a prevalere un modello di laicità esclusiva, più che inclusiva , che diventa laicismo, e si traduce in atteggiamenti di chiusura, pre - comprensioni, paura, cinismo, di resistenza al dialogo, anche rispetto ad alcuni fenomeni socialmente assai rilevanti (come ad es. in questi ultimi anni la mobilitazione mondiale di massa per la pace o il dialogo interreligioso); il tutto a vantaggio di ingredienti ludici (gossip, cronaca rosa, infotainment, reality show ecc..) e della spettacolarizzazione dello scontro , della polemica, del conflitto. Se il "media logic" resta questo, pure in presenza di moltissime emittenti, la programmazione rimarrebbe comunque sostanzialmente agganciata al conformismo di un pensiero più o meno unico di mercato, di quella "morbida tirannia massmediatica", come è stata definita recentemente. E' necessario invece puntare ad un pluralismo non solo quantitativo ma anche qualitativo , ad un pluralismo non solo enunciato ma anche effettivo .

Di più, bisogna puntare ad un'offerta mediatica funzionalizzata non al consumo e al consenso , ma alla convivenza . Quella convivenza, tra le persone, i gruppi politici, le parti sociali , le culture, i popoli e le religioni, che è condivisione e comunione fraterna e che supera una concezione del pluralismo come pura e semplice giustapposizione di punti di vista - molto vicina al relativismo - offrendo invece un contributo di CIVILTA', la civiltà del saper vivere insieme, che è "la"sfida del Terzo Millennio e della società globale. Il dialogo infatti è semplicemente il contrario dello scontro, della rissa, che nella sua degenerazione massima è, appunto, la guerra. E' uno stile. Un METODO di fare informazione, una regola interna alla professione. Diceva Levinàs "comunicare è rendere il mondo comune".

d) C'è infine un problema economico , di mercato: è chiaro a questo punto che il dialogo tra informazione e società civile, investe direttamente i criteri di NOTIZIABILITA'. Nelle redazioni si cerca di tenere aperto e sereno questo dialogo e a garantire questo pluralismo culturale sostanziale. Ma bisogna fare i conti con gli ascolti : gli ascolti sono legati agli investimenti del sistema delle pubblicità che costituiscono le entrate e garantiscono la sopravvivenza stessa delle emittenti. Si dice che l'opinione pubblica preferisce le notizie-hard, spesso drammatiche e violente, come la cronaca nera e gradisce meno, ad esempio, anche solo l'approfondimento dei problemi sociali che stanno dietro quegli eventi.. Allora che fare?

3. La terza riflessione è sulle proposte , alcuni interventi da azionare. Contro "la tirannia degli ascolti", individuato come il nodo strategico del problema, in questi ultimi anni hanno preso forma iniziative di sensibilizzazione, soprattutto mirate ad un'informazione di maggiore qualità: alcune sono partite proprio dai giornalisti, basta pensare alla campagne "Basta Auditel" ; altre dalle scuole, come le azioni di media education; altre ancora da comitati degli utenti e organismi per il consumo critico. Proprio sulla base di questi input e della nuova consapevolezza che hanno creato sarebbe ora il momento di unire le forze su un percorso più condiviso.

Occorrerebbe un PROGETTO INTEGRATO che faccia muovere insieme le varie parti del corpo sociale che crei sinergia tra società civile e operatori dell'informazione, coinvolgendo anche i soggetti economici.

Ci sono delle iniziative che riguardano l'associazionismo :

•  - Le associazioni devono fare lo sforzo di guardare ai media senza scetticismi, con un entusiasmo promozionale, quelle che si occupano dell'ambiente devono esplicitare come vogliono che i media si occupino delle loro tematiche, e così quelle che si occupano di educazione, di giovani, di famiglia, di anziani, di welfare, di lavoro, di volontariato sociale, di dialogo tra le religioni, di diritti umani, di promozione dell'arte, di ricerca e di salute, di cooperazione internazionale ecc..Urge condividere una VISIONE della informazione e della missione pubblica, sociale e culturale della comunicazione, costruire insieme PIATTAFORME PROGRAMMATICHE interassociative trovando anche le forme per presentarsi davanti ai media come INTERLOCUTORE unito.

•  - E poi, come in ogni dialogo che si rispetti, non basta chiedere. Bisogna anche dare. Troppo spesso la società civile rimane diffidente rispetto ai media, intimidita o poco efficace nella comunicazione; bisogna che le associazioni mettano in rete delle BANCHE DI STORIE E DI ESPERIENZE a cui i giornalisti possano attingere; bisogna che le associazioni pensino a preparare delle persone in grado di essere intervistate, che abbiano dimistichezza con il mezzo e che risultino efficaci nella comunicazione;

•  - Infine le associazioni dovrebbero individuare al loro interno, ma non solo, degli "esperti" nei diversi ambiti di competenza e indicarli ai giornalisti, in modo che possano diventare dei veri e propri "OPINION MAKERS" , utilizzabili anche da più testate, secondo il modello delle cd. colonne sindacate;

•  - stante l'effettivo peso del sistema delle pubblicità si potrebbero avviare iniziative economico-finanziarie : ossia coinvolgere i grandi soggetti economici in un progetto di responsabilità sociale di impresa che scelga di investirle sue quote di pubblicità in programmi di qualità; qui si potrebbe aprire una parentesi interessantissima sulla RESPONSABILITA' SOCIALE DELL'IMPRESA, aggiungo, RADIO - TELEVISIVA e di uno "standard setting" relativo ai requisiti di minima per la qualità, che preveda indicatori di utilità sociale, di sostenibilità sociale, di etica sociale, di sicurezza sociale dei media .

- infine per quanti riguarda l'impegno personale degli operatori, si dovrebbero prendere delle iniziative professionali , anche di formazione continua, in due direzioni: quella tecnica e quella motivazionale. Occorre infatti aggiornare e riqualificare la professione con una ricerca dei linguaggi giusti per fare buona informazione, per saper esprimere eccellenze professionali nella produzione di format che sappiano coniugare contenuti e forma, con la grammatica propria dei vari media, fatta anche di gradevolezza, capacità attrattiva, fantasia, elementi di innovazione, ritmi. E allo stesso tempo occorre riprendere in mano con determinazione la leva della motivazione: Popper auspicava una patente per gli operatori della Tv. Senz'altro abbiamo bisogno di luoghi di incontro e occasioni formative che ci aiutino a rimettere a fuoco cosa ci muove a intraprendere o non intraprendere la fatica della negoziazione della notizia, a riscoprire la consapevolezza di poter dare con questa professione un contributo al bene comune, di poter rispondere a quei bisogni del corpo sociale che abbiamo elencato all'inizio. In altre parole, a superare i limiti della propria convenienza personale, della carriera, del successo, del gradimento del sistema politico-istituzionale o economico, del riconoscimento da parte dei colleghi della mia cordata o del mio gruppo sindacale o politico-professionale di riferimento, per rifondare il mio lavoro e tutti questi rapporti su un dialogo più autentico e sulla missione sociale dell'informazione



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